Cos'è la sindrome di Tarzan sul posto di lavoro? Il pattern comportamentale che la società scambia per ambizione

C'è un collega che conosci benissimo. Forse sei tu stesso. È sempre in movimento, sempre con un nuovo progetto tra le mani, sempre sul pezzo. Chiude una cosa e ne apre immediatamente un'altra, senza mai fermarsi. E tutti intorno a lui lo ammirano, lo citano come esempio, lo promuovono. Peccato che, a guardarlo bene, non stia andando da nessuna parte. Stia solo oscillando da una liana all'altra per non toccare terra.

Questo è il cuore della sindrome di Tarzan applicata al lavoro: un pattern comportamentale che la società non solo tollera, ma celebra attivamente. E proprio per questo è così difficile da riconoscere — soprattutto quando la persona in questione siamo noi stessi.

Che cos'è davvero la sindrome di Tarzan

Partiamo da una premessa necessaria: la sindrome di Tarzan non è una diagnosi clinica ufficiale. Non la trovi nel DSM-5, non compare in nessun manuale diagnostico internazionale. È un'etichetta divulgativa nata nell'ambito della psicologia relazionale per descrivere chi non riesce a stare solo tra una storia d'amore e l'altra, saltando da una relazione alla successiva senza elaborare il vuoto, senza fare i conti con sé stesso. Esattamente come Tarzan, che non tocca mai il suolo della giungla perché passa direttamente da una liana all'altra.

Quello che rende questo schema davvero interessante — e un po' inquietante — è quanto si adatti in modo quasi perfetto anche al mondo professionale. Si può fare esattamente la stessa cosa con i progetti, con i ruoli, con le aziende. E milioni di persone lo fanno ogni giorno, convinte di essere semplicemente dinamiche, ambiziose, multitasking. Quando invece quello che stanno mettendo in atto è un sofisticato meccanismo di evitamento emotivo.

Il meccanismo psicologico dietro al salto continuo

Per capire perché alcune persone non riescono a fermarsi, bisogna fare un piccolo viaggio nella psicologia comportamentale. Il concetto chiave si chiama evitamento esperienziale, ed è uno dei principi fondamentali della terapia ACT — Acceptance and Commitment Therapy, sviluppata dallo psicologo Steven Hayes. In termini semplici, descrive la tendenza a evitare attivamente pensieri, emozioni e sensazioni interne percepite come sgradevoli o minacciose.

Tradotto in linguaggio quotidiano: quando stai fermo, quando non hai un progetto urgente tra le mani, quando l'agenda è improvvisamente vuota, la tua mente inizia a fare domande scomode. Sto andando nella direzione giusta? Sono davvero soddisfatto di quello che faccio? Ho paura di non essere abbastanza? Queste domande fanno male. E il cervello, con la sua efficienza evolutiva, trova la soluzione più rapida per non sentirle: riempire ogni spazio disponibile con stimoli esterni. Un nuovo progetto è lo stimolo perfetto. Attiva il sistema della dopamina, crea un senso di scopo immediato, fornisce identità e struttura. E nel frattempo silenzia completamente quella vocina interiore che vorrebbe farti fare un po' di conti con te stesso.

Il legame con il workaholism — la dipendenza patologica dal lavoro — è strettissimo. La ricerca di Mazzetti e colleghi, pubblicata sulla rivista Work and Stress nel 2014, ha messo in evidenza come il workaholism non sia semplicemente lavorare tanto, ma sia caratterizzato da un'ossessione cognitiva e comportamentale che porta le persone a un vero e proprio autosfruttamento. Non è passione per il lavoro: è dipendenza dal lavoro. La differenza, in apparenza sottile, è nella realtà abissale.

I segnali che rivelano la sindrome di Tarzan al lavoro

Saltare da un progetto all'altro senza mai fare il punto

Il primo segnale è il più visibile, ma paradossalmente anche il più frainteso. Chi vive questo pattern tende a chiudere un progetto e ad aprirne immediatamente un altro, spesso prima ancora che il precedente sia davvero concluso a livello emotivo e cognitivo. Non fa debriefing con sé stesso. Non si chiede cosa ha imparato. Non elabora i successi, e tantomeno i fallimenti. Li archivia in fretta e riparte.

Dall'esterno, questo sembra pura produttività. Ma c'è un paradosso controintuitivo che quasi nessuno considera: non elaborare le esperienze precedenti significa non imparare davvero da esse. Si accumulano esperienze senza integrarle. È come leggere cento libri senza mai fermarsi a riflettere su quello che hai letto: hai le pagine in testa, ma non la comprensione. Il lavoro fondamentale di Christina Maslach e Michael Leiter, pubblicato sull'Annual Review of Organizational Psychology and Organizational Behavior nel 2016, documenta chiaramente come questo tipo di iperattività porti a un deterioramento progressivo della qualità decisionale: le scelte diventano più impulsive, più reattive agli stimoli del momento, meno ancorate a una visione strategica lucida.

Non tollerare i momenti di pausa o di transizione professionale

Il secondo segnale è più sottile, ma in molti sensi ancora più rivelatore. Si tratta di una vera e propria intolleranza ai vuoti: quella sensazione di disagio fisico e mentale che emerge non appena l'agenda si alleggerisce, non appena finisce un ciclo lavorativo intenso, non appena arriva un periodo di transizione come la fine di un contratto o il tempo sospeso tra un lavoro e l'altro.

Chi vive questo pattern non riesce a stare in quello spazio. Lo riempie compulsivamente con micro-task che non portano da nessuna parte, con la consultazione ossessiva delle email anche fuori orario, con la pianificazione frenetica del prossimo obiettivo prima ancora di aver metabolizzato quello appena raggiunto. Tutto pur di non stare con sé stesso in silenzio.

Questo meccanismo si intreccia in modo molto stretto con la sindrome dell'impostore, documentata per la prima volta dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes nel 1978. Si tratta di quella condizione in cui una persona, nonostante risultati oggettivamente rilevanti, non riesce a sentirsi davvero competente e teme costantemente di essere scoperta come una frode. Per compensare questa insicurezza di fondo, aumenta il carico di lavoro, si impegna in sempre più progetti, dimostra costantemente il proprio valore attraverso la quantità di attività svolte. La pausa, in questo schema, è pericolosa: è il momento in cui la maschera potrebbe cadere.

Il paradosso più grande: sembra ambizione, è evitamento

Nella cultura lavorativa contemporanea la persona con sindrome di Tarzan professionale viene ammirata, presa a modello, promossa. È quella che non si ferma mai, che ha sempre nuove idee, che non si accontenta. E lei stessa si racconta così, perché è una storia che funziona, che suona bene, che ottiene approvazione sociale immediata. Il problema è che è una storia raccontata anche a sé stessa, per non dover aprire un capitolo molto più complicato: quello di chi usa il lavoro come scudo emotivo contro domande esistenziali che non ha ancora trovato il coraggio di affrontare.

Questi pattern si costruiscono nel tempo, spesso in risposta a esperienze che hanno insegnato che il valore si guadagna solo attraverso la produzione costante. Sono risposte adattive che, a un certo punto, hanno avuto perfettamente senso. Il problema emerge quando continuano a essere usate anche quando non ne hanno più bisogno — quando diventano automatiche, invisibili, scambiate per carattere invece che per difesa.

Come si esce dal loop

La buona notizia è che questi pattern, una volta riconosciuti, possono essere trasformati. Non si tratta di smettere di essere produttivi o ambiziosi. Si tratta di imparare a costruire quello che i ricercatori chiamano spazio di elaborazione: momenti intenzionali e regolari in cui ci si ferma davvero a fare il punto su quello che si è vissuto. Una pratica concreta è il debriefing personale dopo ogni progetto significativo: porsi domande semplici ma potenti come cosa ho imparato da questa esperienza, cosa avrei fatto diversamente, come mi sono sentito durante il percorso. Non per giudicarsi, ma per integrare davvero quello che si è vissuto.

Un altro passo fondamentale è imparare a tollerare il disagio del vuoto senza riempirlo istantaneamente. È un muscolo psicologico che si allena esattamente come un muscolo fisico: all'inizio fa male, genera ansia, crea irrequietezza. Ma con il tempo quello spazio smette di essere una minaccia e diventa la fonte più preziosa di chiarezza e direzione autentica. Quando il pattern è particolarmente radicato, un percorso con uno psicologo o uno psicoterapeuta può fare una differenza concreta e misurabile — non perché ci sia qualcosa di rotto, ma perché alcune liane sono davvero molto più difficili da mollare senza qualcuno che ti stia vicino mentre lo fai.

I professionisti più solidi, quelli che costruiscono carriere autentiche e durature, non sono necessariamente quelli che non si fermano mai. Sono quelli che sanno quando fermarsi, che riescono a leggere la differenza tra una pausa necessaria e una fuga, tra un nuovo progetto scelto con lucidità e uno preso al volo per non sentire il rumore del silenzio. Tarzan nella giungla almeno aveva una meta. La domanda che vale la pena farsi è se anche tu ce l'hai — o se stai semplicemente oscillando sulla prima liana disponibile perché mollare quella che hai in mano fa ancora troppa paura.

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