Maturità 2026, sentenza shock alla vigilia: nemmeno l'attacco di panico salva dalla scena muta

A meno di 48 ore dalla prima prova scritta della Maturità 2026, in programma giovedì 18 giugno alle 8.30, arriva una doccia fredda per oltre 500 mila candidati. Due sentenze rilanciate il 15 giugno 2026 dal Sole 24 Ore e riprese dalle principali testate scolastiche tracciano un confine netto e durissimo: lo stato d'ansia, anche se certificato da un medico, non basta a ottenere la ripetizione della prova orale. Chi tace, perde. Punto.

La notizia piomba proprio mentre, martedì 16 giugno 2026 alle 8.30, le commissioni si riuniscono in seduta plenaria per organizzare le prove e sorteggiare la lettera da cui partiranno i colloqui. Un tempismo che fa rumore, perché gela le speranze di chi confidava in un certificato medico dell'ultimo minuto come paracadute giuridico in caso di crollo emotivo davanti alla commissione.

Il caso di Palermo: l'ansia non cancella la bocciatura

Il caso più discusso, raccontato dalle motivazioni richiamate nelle ultime ore, arriva dal Tribunale di Palermo. Protagonista una studentessa di un istituto professionale, con un curriculum scolastico di tutto rispetto, che durante l'orale non era riuscita a rispondere alle domande della commissione a causa di un attacco di panico. La ragazza, dopo la bocciatura, aveva presentato ricorso chiedendo l'annullamento della prova e una nuova chance.

I giudici, però, hanno respinto il ricorso con una motivazione che farà giurisprudenza: la ripetizione della prova può essere concessa solo quando un candidato sia «impossibilitato in tutto o in parte a proseguire o completare le prove». In questo caso la prova era stata regolarmente portata a termine: il fatto che la candidata non avesse risposto, anche per l'ansia, non equivale a un'interruzione e non apre la strada a un secondo tentativo.

Il TAR Sicilia: certificato medico tardivo, niente seconda chance

Sulla stessa linea si era già espresso il TAR Sicilia con la sentenza 658/2025, anch'essa rilanciata in queste settimane. Il principio fissato dai giudici amministrativi siciliani è cristallino: in caso di malore o blocco emotivo durante l'esame, la prova può essere sospesa e ripresa in un secondo momento, ma se è già stata conclusa non può essere ripetuta, neppure davanti a un certificato medico presentato dopo.

In altre parole: il momento per tutelarsi è durante la prova, chiedendo alla commissione di interrompere e fissare una nuova data. Una volta usciti dall'aula con la prova chiusa, anche male, la frittata è fatta. La documentazione sanitaria portata il giorno dopo serve a poco o nulla.

Long Covid e smartphone: il Consiglio di Stato chiude la porta

A completare il quadro c'è la sentenza n. 7341 del 16 settembre 2025 del Consiglio di Stato, che ha confermato la legittimità dell'esclusione di una candidata sorpresa con un secondo cellulare durante la prima prova scritta di italiano. La studentessa aveva regolarmente consegnato un telefono all'ingresso, ma ne aveva tenuto un secondo nascosto, scoperto poi dai commissari.

I giudici di Palazzo Spada hanno spazzato via la difesa che provava a distinguere tra «utilizzo» vero e proprio e mero «contatto visivo» con il dispositivo: il solo possesso del cellulare in aula d'esame, secondo il Consiglio di Stato, è sufficiente a giustificare l'esclusione immediata, a prescindere dalla prova concreta dell'utilizzo. La candidata, peraltro con media dell'otto, è stata definitivamente bocciata.

Nella stessa pronuncia i giudici hanno ritenuto irrilevanti anche le motivazioni legate al long-Covid richiamate dalla difesa: senza una documentazione tempestiva e specifica che dimostri un impatto reale sulle capacità cognitive nel momento della prova, lo strascico della malattia non basta a invalidare la sanzione. Stesso destino per chi prova a giustificare la scena muta lamentando un «brutto rapporto» con una docente interna alla commissione: per i giudici non è una circostanza idonea a far annullare il giudizio.

L'unico caso in cui si vince: la mancata concessione delle misure compensative

C'è però un'eccezione importante, ed è bene che studenti e famiglie la conoscano. Un'altra sentenza, di segno opposto, ha visto vittoriosa una studentessa con DSA (disturbi specifici dell'apprendimento) che si era vista negare dalla commissione l'utilizzo delle mappe concettuali all'orale, nonostante una certificazione medica che attestava compromissioni nella velocità di lettura e di calcolo.

Il diniego del presidente di commissione aveva provocato un grave blocco emotivo nella candidata, che non era riuscita a completare la prova ed era stata bocciata. In quel caso il TAR ha annullato la prova e condannato lo Stato a risarcire la studentessa, riconoscendo che la negazione degli strumenti compensativi previsti dal Piano didattico personalizzato è un vizio grave del procedimento. Tradotto: se la scuola sbaglia a monte negando i diritti previsti per legge, il ricorso ha buone probabilità di successo. Se invece l'ansia colpisce un candidato «ordinario», i giudici non concedono sconti.

Le nuove regole 2026: la scena muta è un boomerang

Il quadro giurisprudenziale piomba in un anno in cui l'esame di Stato cambia volto. Con la riforma firmata dal ministro Giuseppe Valditara, la cosiddetta «scena muta» non è più una scappatoia: chi tace volontariamente all'orale rischia la bocciatura. Il prof Andrea Maggi, volto noto della scuola in tv, ha ribadito il concetto in modo netto, mettendo in guardia i maturandi: il silenzio non è più una forma di protesta a costo zero, è una scelta che può costare l'intero anno scolastico.

Il nuovo orale, secondo le indicazioni del Ministero dell'Istruzione e del Merito, parte da una riflessione personale dello studente e si articola su quattro materie. Il peso del voto in condotta diventa decisivo per l'ammissione e per il giudizio finale. Anche per questo i candidati arrivano alla prova con una pressione psicologica che in molti casi ha già sollevato perplessità tra psicologi e pedagogisti.

Cosa devono sapere maturandi e famiglie

Il messaggio che emerge dall'incrocio di queste sentenze è chiaro e va spiegato senza giri di parole, soprattutto a chi sta per entrare in aula giovedì 18 giugno 2026:

  • Il cellulare resta tabù assoluto: portarlo in aula, anche spento, anche «solo per controllare l'ora», può costare l'esclusione immediata e l'intero anno scolastico.
  • Se ci si sente male durante la prova, va detto subito: il momento per chiedere la sospensione è davanti alla commissione, non il giorno dopo dal medico di famiglia. Una volta che la prova è conclusa, la giurisprudenza recente non lascia margini.
  • I certificati medici tardivi non bastano: né quelli sull'ansia, né quelli sul long-Covid, se non corredati da documentazione tempestiva e dettagliata sull'impatto cognitivo specifico nel giorno dell'esame.
  • Gli studenti con DSA, BES o disabilità devono pretendere in commissione gli strumenti compensativi e dispensativi previsti dal proprio PDP o PEI: è l'unico terreno su cui i giudici hanno dato e continuano a dare ragione ai ricorrenti.
  • La scena muta come forma di protesta non paga più: con le nuove regole rischia di costare la ripetizione dell'anno.

Il calendario dei prossimi giorni

Il countdown è ufficialmente partito. Dopo la plenaria di martedì 16 giugno 2026, le commissioni si riuniranno separatamente per definire calendari e modalità operative. Giovedì 18 giugno 2026, alle 8.30, è in programma la prima prova scritta di italiano, uguale per tutti gli indirizzi. Venerdì 19 giugno 2026 toccherà alla seconda prova, mentre giovedì 25 giugno 2026 si svolgerà l'eventuale terza prova per i percorsi che la prevedono. I colloqui orali partiranno presumibilmente da lunedì 22 giugno 2026, con un massimo di cinque candidati ascoltati al giorno.

Per oltre mezzo milione di studenti italiani sarà un esame diverso dai precedenti, con regole più rigide, meno scappatoie e una giurisprudenza che, alla vigilia, sembra schierata compattamente dalla parte delle commissioni. Resta la consapevolezza, ribadita anche dal ministro Valditara nel suo messaggio ai diplomandi, che la prova si affronta «con la consapevolezza delle proprie potenzialità»: una frase che, alla luce di queste sentenze, suona meno retorica e più operativa che mai.

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