Mirandola, pistola giocattolo al Galilei: studente bocciato. Il preside: 'Non siamo il Bronx'
La vicenda che ha agitato per giorni l'Istituto Superiore Statale Galileo Galilei di Mirandola, in provincia di Modena, si chiude con una bocciatura e con una decisa presa di posizione della dirigenza scolastica. Sabato 13 giugno 2026 il dirigente Edoardo Ricci ha diffuso una nota ufficiale per ricostruire quanto accaduto martedì 19 maggio 2026 in una classe prima della sezione professionale, ridimensionando la versione circolata sulla stampa locale e rivendicando il lavoro educativo della scuola. Quella che era stata raccontata come una minaccia armata, infatti, era in realtà uno scherzo di pessimo gusto messo in atto con una pistola giocattolo dotata del tipico tappo rosso.
La ricostruzione fornita dalla scuola smonta diversi dettagli della prima versione apparsa sulla Gazzetta di Modena. Non c'è stata alcuna aggressione di gruppo, e il docente coinvolto, un insegnante di religione, non è mai stato realmente in pericolo. Secondo quanto chiarito dal dirigente, in una classe prima della sezione professionale di questo istituto, durante un'ora di lezione di martedì 19 maggio 2026, uno studente, impossessatosi di una pistola giocattolo con il tappo rosso, sottratta dallo zaino di un compagno, si avvicinava alla cattedra di un docente minacciandolo, in modo scherzoso, pronunciando la frase 'Dammi le sigarette o ti sparo'
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L'arma giocattolo, peraltro, non apparteneva nemmeno allo studente protagonista del gesto, ma a un compagno di classe dal cui zaino era stata sottratta poco prima. Il professore ha riconosciuto immediatamente che si trattava di un giocattolo: senza scomporsi, ha sequestrato l'oggetto e lo ha portato in presidenza, dove è scattata la procedura disciplinare interna. Nessuna sigaretta è stata consegnata allo studente, contrariamente a quanto inizialmente riferito.
Nonostante il netto ridimensionamento dei fatti, le conseguenze per il ragazzo sono pesanti. Dal comunicato firmato da Ricci emerge che lo studente non è stato ammesso allo scrutinio finale, di fatto bocciato. La decisione, però, non è figlia soltanto dell'episodio del 19 maggio: pesa, e molto, il quadro complessivo dell'anno scolastico.
Lo stesso studente, infatti, era già stato destinatario di due provvedimenti di allontanamento dalla comunità scolastica, ciascuno della durata di dieci giorni, comminati nei mesi di novembre 2025 e febbraio 2026. A questi episodi disciplinari si è aggiunto un dato oggettivo e dirimente sotto il profilo normativo: il superamento del limite massimo di assenze consentite, fissato al 25% del monte ore annuo. È proprio questo sforamento, in base al regolamento, a impedire la validità dell'anno scolastico e quindi l'ammissione allo scrutinio.
Il passaggio più duro della nota del dirigente Ricci è la risposta alla narrazione mediatica che dipingeva il Galilei come un istituto fuori controllo. Il preside ha respinto con forza l'immagine di una scuola allo sbando, ribadendo che l'istituto non è 'un Bronx' e che il lavoro quotidiano di docenti, personale ATA e dirigenza punta sulla crescita civile e culturale degli studenti, anche di quelli più fragili o problematici.
Ricci ha spiegato di aver interrogato personalmente entrambi i protagonisti dell'episodio non appena ne è stato informato. Il ragazzo che ha impugnato la pistola giocattolo, già noto agli uffici di presidenza per i precedenti disciplinari, avrebbe agito in modo goliardico, pur trattandosi - come ammette lo stesso dirigente - di uno scherzo di pessimo gusto. Allo studente è stato chiesto di non presentarsi più a scuola, indicazione poi rispettata nelle settimane successive.
Il caso ha avuto ampia eco anche perché si è incrociato con altre polemiche sull'istituto modenese, dove nei giorni precedenti si era svolto anche un incontro di boxe finito al centro delle cronache. Sul fronte sindacale, la Cgil ha espresso solidarietà al personale scolastico e al dirigente, sottolineando come, per affrontare situazioni di disagio educativo come quelle emerse al Galilei, servano interventi concreti: più risorse, più figure di supporto psicopedagogico, più strumenti per intercettare per tempo i ragazzi a rischio dispersione.
Il quadro che esce dalla vicenda di Mirandola è in fondo quello di tante scuole italiane di periferia: un episodio di per sé non grave nei suoi contorni materiali - una pistola di plastica, un tappo rosso, una frase detta in tono scherzoso - che però rivela un disagio più profondo, fatto di sospensioni ripetute, assenze fuori controllo e di un percorso scolastico ormai compromesso ben prima dello scrutinio finale.
Vale la pena ricordare il quadro normativo che ha portato al non ammissione del ragazzo. Per la scuola secondaria di secondo grado, la validità dell'anno scolastico è subordinata alla frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuo personalizzato. Le istituzioni scolastiche possono prevedere deroghe motivate per assenze documentate e continuative, ma solo a condizione che non pregiudichino la possibilità di valutare gli alunni. Nel caso del Galilei, evidentemente, il collegio docenti non ha ritenuto sussistenti i presupposti per concedere la deroga, anche alla luce dei precedenti disciplinari.
Al di là dei fatti specifici, la vicenda del Galilei di Mirandola ripropone un tema che attraversa l'intero sistema scolastico: come gestire studenti con storie difficili senza trasformare la scuola in un terminale repressivo, ma anche senza sottovalutare segnali che, se ignorati, possono evolvere in episodi ben più gravi. Il fatto che il professore abbia mantenuto sangue freddo, riconoscendo subito il giocattolo, ha evitato che la situazione degenerasse. Resta la riflessione sul perché un quindicenne pensi che puntare una pistola - vera o finta che sia - contro un insegnante possa essere considerato uno scherzo divertente.
Il messaggio che il dirigente Ricci ha voluto trasmettere è chiaro: la scuola fa la sua parte, applica le regole, sanziona quando deve sanzionare, ma rivendica la propria funzione educativa. E rifiuta di farsi raccontare come una trincea di guerra urbana solo perché, in una classe prima di un professionale di provincia, un ragazzo difficile ha fatto una bravata di pessimo gusto.